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Le imprese italiane e l’internazionalizzazione

Una soluzione alla crisi?

Le imprese italiane e l’internazionalizzazione

La crisi economico finanziaria che le aziende - italiane e non - stanno fronteggiando da alcuni    anni, ha reso il tema dell’internazionalizzazione un argomento estremamente attuale, nonostante gli investimenti all’estero non siano da intendersi come prerogativa aziendale esclusiva dei momenti di crisi.

Ma cosa si intende per internazionalizzazione e come si colloca il sistema Italia nel nuovo contesto globale? Può, l’internazionalizzazione, essere una soluzione alla crisi delle imprese italiane?

 

L’internazionalizzazione è, innanzitutto, una scelta e una pratica che abbraccia svariate discipline, dall’economia internazionale, al marketing, alle strategie aziendali, l’economia d’impresa.

In generale, appare chiaro come l’investimento all’estero non possa più intendersi come pura e semplice delocalizzazione produttiva, come dimostrato anche dal recente fenomeno del back shoring, ovvero dal ripensamento di quelle aziende italiane che, dopo aver delocalizzato, decidono di ristabilire la produzione in patria. Analogamente, pare non percorribile la strada della forma puramente commerciale di crescita internazionale, rispondente alla logica del “produrre a casa per esportare altrove”.

 

A dirlo sono le stesse imprese secondo cui, però, l’internazionalizzazione si rivela essere, nel tessuto italiano composto prevalentemente da piccole e medie imprese, un percorso ricco di opportunità da cogliere ma, allo stesso tempo, puntellato da ostacoli e incertezze.

“Molte aziende non pensano neppure all’internazionalizzazione, nonostante siano già esposte ad un’intensa concorrenza internazionale e nazionale e che vi sia ormai la generale consapevolezza che esiste un rapporto diretto tra l’internazionalizzazione e l’aumento della produttività”, ha di recente spiegato Paolo Longobardi, presidente di UNIMPRESA, l’Unione Nazionale delle Imprese.

 

Luci e ombre che si confermano nel report di Banca d’Italia del 2014, secondo cui gli investimenti esteri italiani sarebbero in aumento dal 2010, specie nel settore manifatturiero -  ma inferiori rispetto alle performance di altri paesi europei.

Non solo: il quadro delineato da Unimpresa si riconferma, se è vero che lo sviluppo estero di questi ultimi anni ha riguardato le imprese che impiegano dai 50 ai 199 dipendenti, mentre si segnala il ritardo delle aziende classificabili come “piccole”.

Appare chiaro, quindi, come allo stato attuale l’internazionalizzazione, per quanto auspicabile, non sia una pratica alla portata di qualsiasi azienda.

 

Tra gli ostacoli più diffusi, oltre alle carenze finanziarie, organizzative e ai limiti dimensionali delle imprese, vi è il gap culturale che si incontra nel momento in cui si progetta un investimento in un determinato paese: differenze culturali, linguistiche e normative si traducono, infatti, in criticità riguardanti i costi fissi, il rapporto con un diverso sistema distributivo e una diversa burocrazia locale.  Di qui la necessità da parte di più enti - regioni, camere di commercio, agenzie - ad attivarsi per un sostegno strutturato di supporto alle aziende.

Data l’importanza di questo punto, une breve disamina sul contesto internazionale e il problema culturale dell’internazionalizzazione saranno oggetto specifico dei nostri prossimi contributi.

Per saperne di più:

Politiche di sostegno all'internazionalizzazione

Banca d'Italia atti e convegni

 

Maria Dore Laureata in Comunicazione all’Orientale di Napoli e diplomata in Economia e Istituzioni nei paesi Islamici presso la School of Government Luiss Guido Carli.

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